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Roger Waters The Wall: you better run.



Coi nervi a fior di pelle, quando il guscio si infrange ed i martelli buttano giù la tua porta... è meglio che tu corra.
("With your nerves in tatters as the cockshell shatters | and the hammers batter down your door | You better run." - da Run Like Hell, The Wall, disco 2, n.° 9)

Io ho dovuto correre, anche contromano, per riprendere Waters.
Avevo -2 anni quando i Pink Floyd pubblicarono The Wall.
E sembra ieri.

O almeno... ieri lo sembrava ieri, durante tutti i 165 minuti di estasi: pelle d'oca, battiti ed occhi lucidi per la psichedelia che ha fatto storia, ed una teatralità senza precedenti.

Il film è un montaggio che alterna tappe del tour al girato introspettivo di Waters, impegnato tra Francia e Italia per rendere omaggio ai due padri, il cui ricordo è stato negato dalle guerre. Un padre per guerra.

"Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro. Tutto sommato siete solo un altro mattone nel muro."
("All in all it's just another brick in the wall | all in all you're just another brick in the wall." - da Another Brick in the Wall part II, The Wall, disco 1, n.º 5)

Il muro costruito da Waters è senza tempo, senza misure, esattamente come la sua espressione artistica, esattamente come la guerra, ed i morti che vengono salutati, sparsi per un secolo, d'ogni colore, dal Salento alla Cambogia, da Cassino a Nassiriya.

Un muro di mattoni, un muro di persone: emozioni sovrapposte e coscienze infrante.

Tutto lo spettacolo è ben oltre la musica (o la storia di Pink)... i solchi di lacrime che Liam Neeson descrive in apertura (provocati da Waters, artista del '43)... tornano evidenti a più riprese, fino alle immagini di un paio di ragazzi, in testa a tutti quelli dell'oceano, probabilmente degli anni '90, che in prima fila cantano esaurendo la voce, braccia al cielo... anche loro solcando il viso.

Non è solo per i fan, per quelli è d'obbligo, per tutti gli altri è un ricordo, un pezzo di storia, una scoperta.

Roger riesce a celebrare la guerra, la richiama e la incorona come fallimento supremo dell'uomo.

 

E la musica... la presenza interna ed esterna, collega entrambi i lati del muro, parla dentro e fuori dal guscio, urla da un microfono murato all'oceano di persone, alle quali vien chiesto di fissare dei mattoni; così lo spettatore vien messo di fronte al muro, deve fidarsi di una chitarra che stride per comprendere, almeno in parte, ciò che non è a portata degli occhi.

In The Wall si ascoltano degli arrangiamenti evocativi, eseguiti su un palco incredibile: "Happiest Days Of Our Lives" (con al seguito "Another Brick in The Wall") mette i brividi, ed alcune esecuzioni (su tutte: "Comfortably Numb" & "Mother") hanno un profilo artistico commovente.

È così, mattone dopo mattone, Waters sembra costruire un'interrogazione: sull'incomprensibile comunicazione tra uomini, sulla prigionia dei conflitti, sulle illusioni degli schieramenti e sulle barriere nelle quali l'uomo si costringe: quelle imposte, quelle inutili ma rispettate, quelle immaginarie e, talvolta, quelle precedentemente già distrutte.

"Doveva esserci una porta nel muro, quando sono entrato."
("There must have been a door there in the wall | when i came in." - da The Trial, The Wall, disco 2, n.° 12) 

Ancora oggi corro, per riprendere Roger Waters.
Ancora oggi vedo tanti correre contromano.

Bari, 36 anni dopo,
V.

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