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Hell in the cave

Sono sempre stato affascinato da Dante, ricordo ancora benissimo quando iniziai il viaggio, in periodo scolastico, analizzando per dovere i primi versi della Commedia.
Non era un particolare interesse letterario, era qualcosa di avvincente, che portava ad interpretare le idee, le storie, le fantasie e la ricostruzione di un viaggio, rilegate in versi... ad opera di una delle menti più interessanti della storia.

Un'opera che inizia trascinandoti nell'oscurità, nel dubbio, nell'orrore... solo un sistema scolastico di imbecilli non riuscirebbe a vendere una cosa del genere ad un ragazzo. 
(Okay, evito il pippone).

Ieri sera: Hell in the cave.
Rappresentazione dei versi danteschi in musiche, luci, figuranti e danze sospese, volanti, all'interno delle Grotte di Castellana.
Ieri sera: meraviglia.

Dalla discesa nell'inferno... alle evocazioni di Satàn, Dall'amore di Paolo e Francesca... a cannibalismo e cecità di Ugolino della Gherardesca.

È un'interpretazione, un lavoraccio di artisti, è una figata pazzesca. 


Già poco dopo la discesa ci si ritrova nel quarto cerchio:

« «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.»
(Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno, VII, vv. 1-6)
 

Luci, coreografie e voci sono magnifiche. Quasi non lasciano spazio all'idea di interpretazione.

Vien voglia di ripercorre il viaggio...
E viene entusiasmo, si vorrebbe farla conoscere al mondo...
Ed ovviamente vien rabbia, per l'imbecillità di chi non ha neanche tentato di capire... in cosa ci si trova. (E via di flash proibiti, selfie, e innocenti facce, da imbecilli, appunto.)

Location di una bellezza incomprensibile, non c'è foto o descrizione che tenga; e gli attori, le figure che si arrampicano, che ti strisciano addosso, e consumano la loro voce... sarebbero da ringraziare uno ad uno.


« Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno.

Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti »
(Inferno, canto XXXIII, vv. 67-78)



Un'immagine su tutte: quella dei figuranti che si presentano, a fine rappresentazione, un'immagine quasi rubata, durante la quale mi è sembrato giusto alzare la fotocamera, mentre tutti gli altri la abbassavano... ed i figuranti hanno infine anche loro battuto le mani, ultima immagine, di un finale che già strappava qualche lacrima. Grazie.