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Scegliere è vedere


"La caratteristica dello Zen è di portare le contraddizioni al limite estremo, dove bisogna scegliere tra follia ed innocenza. E lo Zen suggerisce che possiamo puntare sull’uno o l’altra su scala cosmica. Puntare verso esse perchè, in un modo o nell’altro, da pazzi o da innocenti, già ci siamo. Può essere buona cosa aprire i nostri occhi e vedere."

 [Quote: Thomas Merton - Photo: DidiZen] 


Libri

“I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante.”
[Fernando Pessoa]


In pausa di pensiero

Gli intervalli sono il punto fondamentale. Gli intervalli sono l’unica casa dello spirito, le altitudini e le latitudini così brillantemente sobrie e nette al punto che lo spirito può scoprire se stesso come un uomo che, prima cieco, riacquisti la vista. Gli intervalli sono le fessure nella roccia in cui ti ranicchi per vedere le parti nascoste di Dio; sono e fessure tra monti e cellule attraverso le quali si insinua il vento, i gelidi, angusti fiordi che fendono le scogliere del mistero. Penetra negli intervalli. Sempre che tu li possa trovare; si spostano e anche svaniscono. Scala gli itnervalli, intrufolati in un intervallo del suolo, voltati e schiudi – più che un acero – un universo.

[Annie Dillard]

Physis kriptesthai philei

Riflettendo con Pierre su interpretazioni, obiettività, fraintendimenti:

"Sei come un libro aperto", si sente, a volte… ed ancora più spesso si sente riportare dialoghi come fossero pagine strappate all’enciclopedia. Ma le persone… possono essere come libri?

Il banale parallelismo tra persone e testi è offerto da numerosi studiosi, e le letture del momento (quello appena  passato) mi portano a riflettere (quindi condividere) sul problema ermenautico che ne consegue:
Quanto l’interpretazione (obiettiva) di un testo dipende dal punto di vista dell’interprete?

Dato di fatto è la presenza di una volontà dell’autore, di ciò che ha voluto dire, contrapposta ad un’autonomia propria del testo.

Si pensi ad un testo antico, “all’evidenziare l’illusione che si può nutrire nei confronti dell’obbiettività dello storico, ed all’influenza, sulle sue interpretazioni, delle sue passioni, dei suoi rancori, della sua situazione sociale e delle sue opzioni filosofiche.”

Si pensi “al pericolo del relativismo ed all’accettazione di una condizione che vede, da una parte, l’esegeta incapace di sapere veramente che cosa voleva dire l’autore e, dall’altra (ed è la cosa principale), l’autore in quanto tale che non esiste più.”

Hadot dice anche che “da qui, si possono formulare interpretazioni in cui si dice qualunque cosa a proposito di chiunque… che possono portare implicazioni che sfuggono alla volontà dell’autore.”

« Sappiamo forse ciò che volevamo dire, ma non sappiamo se dicevamo solo questo. Si dice sempre più di “questo” »   [André Gide]

E prosegue con: “Il problema dell’obiettività scientifica è estremamente interessante anche dal punto di vista degli esercizi spirituali. Da Aristotele in poi, si è ammesso che la scienza deve essere disinteressata. Chi studia un testo o i microbi o le stelle deve liberarsi dalla sua soggettività. Così gli studiosi che hanno il raro coraggio di riconoscere che si sono sbagliati in un caso particolare, o che cercano di non lasciarsi influenzare dai propri pregiudizi personali, compiono un esercizio spirituale di distacco da se stessi. Diciamo che l’obiettività è una virtù, per altro molto ardua da praticare. Bisogna sbarazzarsi della parzialità dell’io individuale e passionale per elevarsi all’universalità dell’io razionale. Il distacco da sé è un atteggiamento morale che si dovrebbe esigere dal politico come dallo studioso.”

Poi la parte che preferisco: “La scrittura della storia, come probabilmente, d’altronde, di ogni attività umana, dovrà essere una coincidentia oppositorum che tenti di rispondere a due esigenze contrarie, altrettanto urgenti: per percepire e valutare la realtà storica, occorrerà un impegno cosciente e totale dell’io, da una parte, e dall’altra un distacco totale dell’io, un’obiettività e imparzialità intenzionali. Secondo me è solo l’ascesi del rigore scientifico, questo distacco da sé che impone un giudizio obiettivo e imparziale, a poterci dare il diritto di coinvolgere noi stessi nella storia, di darle un significato esistenziale.”

La riflessione dunque, ormai estesa al concetto di verità, passa per le preoccupazioni in merito ad anacronismi e ricollocamenti:

"Ciò significa che non serve a niente deformare il senso di un testo per cercare di adattarlo alle esigenze della vita moderna, o alle aspirazioni interiori, ecc. Il primo dovere è anzitutto avere di mira l’obiettività."
"Tuttavia, come diceva Aristotele a proposito del piacere, al tentativo di obiettività si aggiunge un supplemento, un sovrappiù, che è la possibilità di trovare il proprio nutrimento spirituale. Questa volta, in un certo senso, si è coinvolti nell’interpretazione. Se si cerca di capire obiettivamente un testo, credo che si possa essere indotti poi, quasi spontaneamente, a scoprirne il significato umano, cioè a inserirlo, anche se esso non è affatto edificante, nella problematica generale dell’umanità, dell’uomo."

"In realtà, il senso voluto dall’autore antico non è mai attuale. È antico, punto e basta. Può assumere per noi un significato attuale nella misura in cui può apparirci, per esempio, come la fonte di certe idee attuali, o soprattutto perchè può ispirarci un atteggiamento attuale, tale o talaltro atto interiore, tale o talaltro esercizio spirituale. Bisogna dunque distinguere l’atteggiamento concreto attualizzabile dall’ideologia che lo giustificava nel passato. Per attualizzare un messaggio dell’Antichità, occorre liberarlo da tutto ciò che caratterizza la sua epoca, occorre demitologizzarlo…"

Messi da parte il rigore, ed il mio debole per Hadot, rimango a riflettere, in parallelo, sulle altre naturali forme di comunicazione…

"Physis kriptesthai philei" ["La natura ama nascondersi" - Eraclito]

Possono, dunque, le persone essere come libri?!?

A voi…

V.

Vorrei averci parlato (Pierre Hadot)

Ho sempre considerato la filosofia come una trasformazione della percezione del mondo...

Successe una volta nella rue Ruinart, lungo il tragitto tra il Seminario minore e la casa dei miei genitori, dove rientravo tutte le sere, essendo allievo esterno. Era calata la notte e le stelle brillavano in un cielo immenso. A quell'epoca si poteva ancora vederle. Un'altra volta accadde in una stanza di casa nostra. In entrambi i casi fui invaso da un'angoscia insieme terrificante e soave, provocata dal sentimento della presenza del mondo, o del tutto, e di me in questo mondo. In realtà ero incapace di esprimere la mia esperienza, ma in seguito sentii che poteva corrispondere a domande come: "Chi sono?" "Perché sono qui?" Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d'erba alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Roman Rolland ha chiamato il "sentimento oceanico". Credo di essere filosofo a partire da quel momento, se per filosofia si intende la coscienza dell'esistenza, dell'essere al mondo.

Da allora ho cominciato a percepire il mondo in modo nuovo. Il cielo, le nuvole, le stelle, "le sere del mondo", come dicevo a me stesso, mi affascinavano. Sporgendomi dalla finestra a testa in su, guardavo il cielo notturno, con l'impressione di immergermi nell'immensità stellata. Questa esperienza ha dominato la mia vita.

"Il vincitore è solo"

Il diamante. O 'brillante', se si preferisce chiamarlo così. Com'è noto, si tratta di un semplice agglomerato di carbonio, elaborato dal calore e dal tempo. Poiché scevro di inclusioni organiche, è impossibile stabilire quanto tempo sia necessario perchè la sua struttura venga modificata - i geologi stimano dai 300 milioni a 1 miliardo di anni. Generalmente si forma a 150 km di profondità e, a poco a poco, sale verso la superficie terrestre, fino a consentirne l'estrazione.

Il diamante è il materiale più resistente e più duro presente in natura, e può essere taglito e lavorato solo con l'ausilio di un altro diamante. Gli scarti della lavorazione - la polvere - vengono utilizzati nell'industria, per i macchinari per levigare.

Alla fine, un diamante è contemplabile unicamente come gioiello. E da questo deriva la sua importanza: è pressoché inutile per qualsiasi altra cosa.

E' la manifestazione suprema della vanità umana.

[Paulo Coelho]

Musa: sobborgo di cultura

Cos'è una Musa se non una piacevole scoperta?

E che sia: pagine nel quotidiano, note serali e corda di compagnia.

Toc Toc...si apre la porta...
(Trovo bellissime le porte senza maniglie, o con maniglie discrete, nascoste, di dettaglio.)

- "Buongiorno, mi ha colpito il locale, posso entrare per un caffè? Siete aperti?"
- "Buongiorno, no. Siamo chiusi. Stavamo pranzando ma prego, entri pure a guardare, il caffè ve lo offro."
- "La ringrazio."

Supero il benvenuto ed entro nel locale che ospitava tiepidamente una donna ed un bimbo, che avevano quasi terminato il pranzo.
 "Buongiorno!" (io) - "Buongiorno" (lei) ... ed un piccolo cenno della testa in segno di approvazione da parte del piccolo :)

L'uomo si accosta al banco e si dirige verso la macchina per il caffè: il piccolo rituale inizia chiedendomi che acqua avrei preferito... scelgo insolitamente le bollicine. Mentre l'uomo armeggia giro tra i tavoli, la vetrina è piena di frasi che non ho il tempo di cogliere, colonna e bacheca raccontano di eventi, le pareti espongono piccoli quadri. L'occhio cade sul piccolo computer tenuto in disparte, ordinato ed in uso. Dietro di esso gli scaffali: il più alto sembrava riservato a Sergio Bonelli ed al ranger Willer e subito sotto si riunivano Sciascia, Pirandello, manuali d'autore, piccole pubblicazioni straniere e chissà quant'altro.

Vengo richiamato al bancone e lì rimedio, oltre all'ottimo caffè, un calendario di eventi jazz, l'invito ricorrente ad un concerto di classica e la presentazione di uno spettacolo... però...

- "Grazie mille, sono spesso in zona, è una piacevole scoperta... da quanto siete qui?"
- "Dal 31 dello scorso Ottobre" ...e dopo aver chiesto gli orari, ed aver scoperto una probabile tana per le tarde ore di giovedì, venerdì e sabato, chiedo un bigliettino, e la possibilità di rimanere aggiornato sugli eventi.

L'uomo mi sorride con uno sguardo chiaro, gli porgo la mano ed esco senza ricordare di che colore fossero gli arredi, quanto comode sembrassero le sedie o quale sarebbe stato il prezzo del caffè.

Arrivederci, Musa.
(Troverete il "Musa: Sapori & Saperi" in Corso Benedetto Croce, 18 - Bari)