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Come immagino un pensiero di fine anno...

Un pensiero di fine anno lo immagino perchè è sempre giusto ringraziare: per le parole, per i sorrisi, per la compagnia ed i bicchieri di vino, per il cibo condiviso e per gli insegnamenti. Per ogni stretta di mano, o passo, per l'opportunità d'ogni ricchezza, sia essa data o ricevuta.

Non un altro augurio di speranza, non un "buon anno" per ciò che non sappiamo, ma un sorriso, per ciò che conosciamo, poichè quello... ci ricorda che possiamo.

E lo immagino anche come i versi che vi affido, e vi auguro ancora, di ottenere le vostre rivoluzioni, affinchè il meglio per voi parta da voi stessi.

Namaste,

V.

Amo sviluppare la mia coscienza per capire perchè sono vivo,
cos’è il mio corpo, e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell’universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di comportamenti, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio,
il cui cuore critica gli altri senza sosta,
la cui sessualità è perennemente insoddisfatta,
il cui corpo s’intossica senza saper apprezzare di essere vivo.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare perchè il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale.
Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa che predica senza condividere la sua anima con una “papessa”.
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Amo collaborare e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare dio interiore.
Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo autore.
Mi piace l’arte utile per guarire.
Non mi piacciono le persone eccessivamente stupide.
Mi piace tutto ciò che provoca il sorriso.
Mi piace affrontare, volontariamente, la mia sofferenza, con l’obiettivo di espandere la mia coscienza.
[Por Osmar - A. Jodorowsky]

La psicologia nelle arti marziali - Chiacchierata con il Dott. Omar Bellanova


A seguire un piccolo assaggio di un lavoro che, raccogliendo riscontri da più professionisti di settore, ha lo scopo di legare filosofia, psicologia, disciplina ed attività fisica, con lo scopo di migliorare rendimento e didattica, comprendere gli approcci mentali, discutere dei potenziali e prevenire errori molto comuni, sia da parte di allievi che da parte di insegnanti.

Sono felice di "ospitare" sul blog una persona a me molto cara (nonché mio vecchio “compagno d'armi”), con lo scopo di aprire quanto più possibile la strada verso la comprensione di tutte quelle dinamiche di scelta, avvicinamento e crescita, che rimbalzano tra la vita quotidiana e la sfera marziale.

A seguire, qualche scambio con il Dott. Omar Bellanova: psicoterapeuta, sportivo ed appassionato, tra le altre cose, di discipline marziali.

Vincenzo De Virgilio
24/11/2011

V: Come prima cosa Benvenuto! Credo sia giusto dare un'idea, anche se abbozzata, di chi ha il piacere di interloquire: puoi farci un breve riassunto che faccia intuire il tuo percorso, la tua attuale posizione ed eventuali progetti in cantiere?

O: Innanzitutto volevo ringraziare il mio grande amico per la considerazione ricevuta e ancor più per avermi coinvolto avviando il primo passo di un’idea che era da anni nell’aria, ma per la quale non riuscivo a trovare lo start giusto con cui darle corpo. Solitamente non amo molto parlare di me ma mi limiterò a dire di essere ad oggi uno psicologo, specializzato in psicoterapia cognitivo comportamentale, mi occupo di promozione del benessere psicologico sotto svariati aspetti attraverso un'associazione che si chiama "ABCPSY", Impresa Sociale di cui sono il vicepresidente. Attualmente ci occupiamo, assieme al mio socio, il Dott. Francesco Basilico, di interventi in collaborazione con comuni, istituzioni, scuole e soggetti privati, di diversi progetti che vanno dalla prevenzione primaria all’intervento finale. I nostri ambiti sono svariati ed includono il disagio adolescenziale, dipendenze, disturbi alimentari, abuso di alcool e sostanze, bullismo, disturbi alimentari, problematiche genitoriali, degli anziani, educazione sentimentale e sessuale e via discorrendo.

V: Perchè crescendo ti sei interessato alla psicologia? ...perchè alle discipline marziali? ...ed a quale delle due cose hai cercato di avvicinarti prima e perchè?

O: Difficile trovare un perché a questo mio lavoro, che in fondo si struttura come parte concreta del mio modo di essere. In fondo è qualcosa che ha sempre fatto parte di me, mi ha dato la spinta al sapere, al non accontentarmi delle semplici apparenze. Molti affermano che studiare psicologia è dato dalla spinta di voler conoscere meglio se stessi, ma quello che posso affermare è che conoscere è solo la minima parte del processo che si intraprende scegliendo questo percorso. Il risultato finale è che alla fine, se mai fine c’è, ci si sente migliori, si vive meglio il rapporto con se stessi e con la realtà che ci circonda. Il modo con cui ci si arriva a questo può essere più o meno tecnico, occorrono strumenti e occorre saperli usare… e a tal proposito le arti marziali… sbaglio o possono essere uno di questi? Ritengo questa combinazione un qualcosa di molto potente.

V: Che discipline hai praticato o semplicemente conosciuto? Cosa ti hanno dato/a cosa ti hanno portato...

O: Sono sempre stato goloso nella conoscenza delle discipline, le avrei volute conoscere tutte, ma ancora oggi ho la gioia di scoprire qualcosa di nuovo. Ciò che ho fatto io? O ciò che ha scelto me? Perché tra chi ama ballare, provando gioia e soddisfazione, c’è chi si realizza nella danza classica e chi in quella jazz o moderna? Ognuno di noi nella vita attraversa un processo di esplorazione (benedetta e magica adolescenza!), una serie di esperienze: alcune di queste restano solo un ricordo, altre vanno a costituire il nostro ”Sé”, quello che costituisce il nostro modo di essere. Io questo percorso l’ho fatto partendo dagli stili classici come il Wu Shu*(1) tradizionale, per poi esplorare la chiave della modernità attraverso stili più moderni come il Jeet Kune Do*(2) ed il Kung Fu To’a*(3). Ho praticato per un periodo il Wu Shu moderno ed il Sanda*(4), ma la vera identificazione l’ho da sempre sentita con il Wing Chun*(5).

V: Pur non avendolo mai praticato in maniera diretta/dedicata, cosa hai visto e provato nel Wing Chun?

O: Il piacere del sentire l’energia di ciò che mi circonda, conoscerla e farla diventare una parte efficace di me. La consapevolezza della forza e della "non-necessità" di usarla. Purtroppo, sul piano fisico ho avuto dei limiti per praticarla al livello che avrebbe meritato, per tempo e per mancanza di formatori di livello nel posto in cui vivo da dieci anni. Sul piano mentale è stato un mio prender forma (mentale, appunto). Che si traduce anche nel principio di non subire ciò che accade attorno o contro di me, ma di accoglierlo ed utilizzarlo a mio vantaggio e beneficio, trovando la strategia giusta per farlo…

V: Hai avuto modo di conoscere diversi insegnanti e praticanti di varie scuole, sono curioso: che impressioni hai avuto dal Wing Chun di Randy Williams?

O: Conoscere alcuni istruttori della CRCA mi ha dato modo di vedere le arti marziali ed il Wing Chun soprattutto per quello che sono e rappresentano per me oggi: disciplina, rispetto, forza di volontà e senso di unione, coraggio e solidarietà. Ho avuto modo di conoscere e condividere principi che fanno parte di ciò che amerei trasmettere ai miei figli e che sarebbe bello poter condividere con tutti.

V: Gli argomenti più ricorrenti sui quali viene spesso versata una dolce ma poco nutriente glassa di psicologia sono: 1) Gli abusi/aggressioni e 2) la crescita su un percorso “interiore” che può essere associata ad una disciplina marziale.

Di conseguenza la disciplina può spesso essere non una scelta “libera”, ma derivante da comportamenti mossi per reagire ad uno stato di turbolenza, debolezza, paura. Oltrepassando quindi passione e divertimento, cosa pensi possa spingere una persona ad avvicinarsi ad una disciplina marziale (nel bene o nel male)?

O: Io penso che la vita sia un percorso che si vive sia interiormente che in interazione con il mondo... e questi due aspetti sono indivisibili se si desidera auspicare ad uno stato di benessere. Ciò che bisogna chiedersi, riguardo le aggressioni, è soprattutto cosa queste rappresentano o hanno determinato per noi nella nostra esperienza. L’aver subito o il temere una violenza è senza dubbio un qualcosa di significativo per chiunque, ma il fronteggiarlo in maniera disorganizzata non porta a nulla, se non ad aumentare il malessere che si cerca di affrontare. Ciò che voglio dire è che ogni esperienza, se fatta in un certo modo, con consapevolezza, è in grado di darci un qualcosa, anche uno strumento per non aver più paura o per reagire nel modo migliore, e sicuramente una buona pratica delle arti marziali può costituire una buona occasione per questo.

Inoltre, ogni percorso lascia un’impronta in noi, ma è fondamentale orientare la nostra attenzione su gli aspetti giusti dell’esperienza che si compie, ed essere istruiti o semplicemente aiutati, a coglierne gli aspetti utili al raggiungimento di uno stato di consapevolezza, equilibrio e benessere più globale.

V: Esempi di comportamento/approccio mentale: quale credi sia l'utilità della disciplina in casi “delicati”?

O: Vedi, io consiglio spesso questa pratica a diversi pazienti e per diversi motivi. Un esempio molto interessante è quando si applica in combinazione di un intervento sull’autostima. Ciò che determina una bassa autostima è dato da un modo particolare di pensare a se stessi ed al mondo non molto funzionale. Il soggetto vede se stesso come non degno, non all’altezza degli obiettivi che altri raggiungono, incapace di perseguire il raggiungimento di un obiettivo. Il mondo invece è visto come difficile, avverso, aggressivo e non accogliente. Il risultato che ne deriva è una strategia di fronteggiamento inadeguata, il soggetto non progredisce, non si mette in gioco, evita le situazione e si pone su un piano passivo, subendo la vita anziché viverla. Ciò che è possibile pianificare, quindi, è un intervento che sia in grado di far analizzare sé stesso ed il mondo, per poi quindi dar vita ad una serie di esperimenti/esplorazioni, un'esperienza che non solo disconfermi i pensieri sbagliati, ma che sia in grado di farne formulare di nuovi e più funzionali. All’interno di tale azione, utilizzare la pratica delle arti marziali, assieme ad un intervento che guidi alle giuste riflessioni, rende possibile la strutturazione di una nuova idea, più funzionale, di sé stessi e del mondo, un'idea in cui il soggetto avrà avuto modi di sperimentare, e sarà una persona in grado di porsi degli obiettivi, graduali, e di raggiungerli attraverso le difficoltà che hanno comportato.

Potrei menzionarene anche l’utilità con la gestione della rabbia. Può avvenire che un soggetto non abbia piena consapevolezza dei suoi stati emotivi, con il risultato di agire in modo male adattivo. Spesso questo accade con la rabbia, credendo che essa sia un'entità a parte e non generata da noi stessi. Questo lo definiamo "locus esterno". Il prendere consapevolezza di sé stessi e del proprio modo di funzionare consentirebbe di sviluppare un atteggiamento diverso nei confronti delle proprie emozioni, con il risultato di imparare a governarle utilizzandole al meglio e non subendole. In questo, una disciplina che insegna ad incanalare in direzioni desiderate l’agito degli stati emotivi può essere molto utile.

E si potrebbe continuare con infiniti esempi…

V: Quali sono i rischi in cui un caso delicato incorre approcciando alla disciplina?

O: I rischi sono fortissimi. Un'applicazione sbagliata dei suddetti principi potrebbe confermare le credenze sbagliate che il soggetto ha, causando un effetto negativo assolutamente iatrogeno.

V: In generale, il rapporto insegnante/allievo può essere vissuto in diversi modi, da un estremo all'altro si possono conoscere allievi disinteressati, allievi pieni di dedizione, allievi che fanno del proprio “Sifu” una figura paterna, ed allievi che, senza considerare quanto questi possa sbagliare, emulano il proprio insegnante o lo pongono come primo maestro di vita. Come pensi debba essere “guidato” un allievo verso tale rapporto?

O: Qui mi permetto di citare la "teoria dell’Attaccamento" di John Bowlbi. Ogni essere umano, quando entra in relazione con una figura significativa, sviluppa un modello operativo interno, sulla base della bontà della relazione stessa. La prima di queste esperienze e quasi sempre con la figura genitoriale. Tale modello sarà un impronta con cui il soggetto si interfaccerà in ogni relazione importante nella sua vita. Questo determinerà la qualità dei rapporti in cui la persona potrà sentirsi, o no, accolta dagli altri, sentendosi amabile, accettato o viceversa. Ciò determina innumerevoli circostanze: il saper chiedere aiuto e il saperlo dare nelle situazioni importanti sono solo alcuni aspetti. Tale situazione, buona o cattiva che sia, potrebbe protrarsi nel tempo, sin quando non si ha modo di sperimentare altre forme di relazione che disconfermino il modello operativo iniziale. Ciò che io ho modo di vedere nella mia pratica professionale è che tale relazione, basata su un sistema di attaccamento, si realizza all’interno del rapporto con il paziente determinando una delle componenti essenziale della terapia.

Posso ipotizzare che una relazione di attaccamento si instauri con il Sifu, appunto perché ritenuta una figura “paterna”. Questo conferisce un’enorme responsabilità, che non può prescindere dal dare il buon esempio e soprattutto dall’essere pronto ad accogliere l’allievo nel giusto modo, sostenendo ed educando con giusto equilibrio.

V: Cosa può cambiare tra allievi di diversa età?

O: Il dolore dopo un duro allenamento? Scherzo… dipende da tanti fattori. Principalmente è possibile dire che con allievi più giovani è possibile avere una maggiore influenza sul modo di pensare… insomma, c’è più responsabilità morale.

V: Ed un insegnante... a cosa dovrebbe prestare attenzione?

O: Un buon insegnante non dovrebbe insegnare per confermare se stesso, ma per aiutare i suoi allievi ad affermare al meglio se stessi nella capacità dei propri talenti e dei propri limiti.

V: I minori. Anche qui... tra i vari casi troviamo minori che vogliono praticare e sono ostacolati da genitori che “non conoscono” e minori che NON vogliono praticare ma vengono spinti da genitori desiderosi di veder “rafforzare” il proprio figlio. Tu sei anche genitore di una splendida ragazza, cosa credi necessitino genitori e figli quando uno dei due vuol comunicare all'altro la possibilità di avvicinarsi ad una disciplina?

O: Genitori e figli devono poter parlare liberamente tra loro. Ciò che io cerco di fare sempre, quando mi trovo a dover fare un intervento su problematiche relazionali tra genitori e figli, è dare la possibilità di figurarsi nei panni dell’altro restando però nel proprio ruolo. Ogni genitore deve poter vedere il proprio figlio per quello che è e non per quello che vorrebbe che lui fosse. Ad una certa età è tanto facile iniziare una passione ed è altrettanto facile abbandonarla. Fa parte dell’età e bisogna essere pronti ad accettare questo. Quello che io faccio da genitore è fornire a mia figlia le occasioni di conoscere. In questo cerco di essere un buon esempio. Sta poi a lei lo scegliere ed il sostenere.
“Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E' bene che una volta ogni tanto si brucino le dita.” - Era Gandhi a dirlo…

V: Esistono delle regole/schemi per portare la violenza, e quindi “energia” verso la pace (equilibrio dell'energia stessa)?

O: Assolutamente si. Ma mi dilungherei in discorsi tecnici e che attraversano la politica... e non voglio sporcare questa bella conversazione. Mi limito a citare Albert Einstein “Non si può risolvere un problema adottando lo stesso modo di pensare che lo ha creato".

V: La disciplina vista come strumento utile ai conflitti psico-fisici: tralasciando i conflitti fisici, cosa pensi dell'utilità di una disciplina nella prevenzione/gestione di un conflitto psico/emotivo?

O: Dipende da cosa è in conflitto… il conflitto può essere con se stessi o con il mondo. In ogni caso il conflitto o l’espressione di rabbia e aggressione verso un qualcosa, in modalità che non porta benessere, è dato (come sostiene Ellis) da pensieri disfunzionali. Tali pensieri costituiscono il modo con cui ci rappresentiamo gli eventi, determinando una conseguenza emotiva e comportamentale in relazione all’evento stesso. Un pensiero funzionale ci consente di affrontare l’evento in modo funzionale, realizzando un nostro scopo e raggiungendo uno stato di benessere. Diversamente, i pensieri irrazionali, non solo non sono utili al raggiungimento dello scopo, ma ci impediscono di sviluppare le giuste strategie. Questo può generare un conflitto. All’interno delle discipline è possibile trovare scuole di pensiero che guidano a modi di pensare positivi ed utili.
Aaron T. Beck affermava che "I problemi psicologici non sono necessariamente il prodotto di forze misteriose e impenetrabili, ma possono derivare da procedimenti ovvii come un apprendimento sbagliato, deduzioni errate in base a informazioni sbagliate o inadeguate, e scorretta distinzione tra immagine e realtà". Allo stesso modo Confucio affermava: “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.

V: Dove finisce lo sport e dove inizia la psicologia? Perchè una disciplina impregnata di risvolti filosofici è inscindibile dalla psicolgia? Quali sono i “tasti” che stimolano uno sviluppo emotivo?

O: Un tizio deve parlare in pubblico, il suo pensiero è “sono un inetto, sbaglierò, farò una brutta figura, tutti mi derideranno” quale potrà essere la sua reazione? Un disastro! Se pensasse invece “andrà bene, non mi giudicheranno male e se mai dovessi sbagliare, un errore può capitare a chiunque…” avremo un risultato migliore. Il passaggio da un modo di pensare ad un altro lo chiamiamo ristrutturazione cognitiva. Ora, immaginiamo che a pensare in un modo simile sia uno sportivo, prima della gara: in psicologia dello sport si chiama self talking. In sostanza è un pensiero catastrofico disfunzionale, che non aiuta allo scopo. Il bello è che questi pensieri non sempre avvengono in modo consapevole. L’intervento della psicologia nello sport è atto proprio ad aumentare l’attenzione verso il dialogo interiore e correggerlo quando questo è causa di stati emotivi non produttivi. Con questo non voglio dire che chi tira un calcio di rigore decisivo non avrà ansia, ma sarà in grado di utilizzarla, per ricorrere alle giuste risorse per affrontare l’evento.

V: Noi ci conosciamo dai primi anni '90, io ho conosciuto poco prima le arti marziali, ed il Wing Chun nel '98-99 tramite Vito Armenise, che di lì a poco mi presentò Randy Williams, ho un prezioso ricordo di un nostro allenamento in Salento, l'estate tra il 2000 ed il 2001, composto per il 50% di “fraseggi” (...lo so, fa molto “duello Monkey Island”... :-D ); in quei giorni mi dicesti “sei cambiato”, senza parlare troppo di noi... ti chiedo oggi: cosa intendevi?

O: Intendevo che conoscevi meglio te stesso ed il tuo corpo, grazie all’esercizio… non devo certo ricordarti che quegli allenamenti avvenivano talvolta da bendati, su un cubo di 2 metri per 2… :)

V: Cos'altro credi sia giusto portare all'attenzione di chi vuole investire tempo e risorse in una disciplina?

O: La giusta motivazione, la scelta del Sifu o maestro e la disponibilità a mettersi in discussione e voler capire.

V: Con la speranza che questa sia solo la prima di una serie di chiacchierate estremamente interessanti, ti ringrazio e ti saluto con affetto.

O: Grazie infinte a te… ti aspetto sul cubo, porta le bende!


Approfondimenti:

*1) Il “Wu Shu” (per molti sinonimo di KungFu (GongFu=Arte/Maestria) rappresenterebbe la totalità degli stili marziali cinesi, traducendosi dal cinese come Wu=azione militare/guerra e Shu=arte/metodo. Oggi però è spesso utilizzato come nome di una disciplina sportiva incentrata sull’esecuzione di forme (sequenze di movimenti);

*2) Il Jeet Kune Do o “Via per intercettare il pugno” è la filosofia marziale sintetizzata da B.Lee con lo scopo di unire il suo addestramento ricevuto (nel Wing Chun) ad una serie di tecniche, metodiche di allenamento ed evoluzioni provenienti da altre fonti per migliorare l’efficacia del percorso marziale.

*3) Il Kung Fu To’a è una disciplina che nasce in Iran verso la fine degli anni sessanta. Impregnata di filosofia Zen, la disciplina, la cui pratica in Iran è oggi nuovamente lecita, si trovo al centro di diversi episodi di “proibizionismo” a tolleranza zero causato dal totalitarismo.

*4) Il Sanda (letteralmente “colpi liberi” – o Sanshou “combattimento libero”) è uno sport da combattimento definito anche da molti “Boxe cinese”, rappresenta oggi l’applicazione da combattimento del Wu Shu (“Arte Marziale”) ed è anch’esso considerato un importante derivato del Kung Fu.

*5) Il Wing Chun è uno stile particolarmente tecnico di Kung Fu, tramandato fino al Maestro Yip Man e poi reso celebre da Bruce Lee. Il metodo, tra le altre cose, include lo studio di modelli geometrici, gestione dell’energia e sviluppo della reattività tramite lo studio delle "pressioni".


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